
Testo
di presentazione scritto
dal Professor Mario Sartor, ordinario di Storia dell’arte
latinoamericana all’Università di Udine.
Edoer_Agostini Mostra Opere degli anni 70-80
Valmore
studio d'arte Contrà Portasanta Croce 14 Vicenza
30 gennaio -7 marzo 2009
IL
TESSITORE PERFETTO
Uso
il termine “tessitore” nella sua valenza polisemica,
per applicarlo a un artista scomparso ventidue anni fa, di
cui resta memoria e rimpianto tra coloro che l’hanno
conosciuto come amico e stimato come creatore di opere straordinarie.
Edoer Agostini era nato a San Martino di Lupari nel 1923,
ed aveva consumato gran parte della sua esistenza in quel
centro dell’Alta Padovana, andandosene improvvisamente
e troppo presto nel 1986, poco dopo che gli era giunto l’invito
alla XLII Biennale di Venezia, dedicata a “Arte e Scienza”.
Per una estrema ironia della sorte, la morte lo colse poco
prima che si aprisse la Mostra.
Aveva frequentato quelle che si definirebbero ora le scuole
dell’obbligo, alcuni corsi di formazione, e poi si era
inserito nel mondo del lavoro e si era immerso subito nel
sociale, fino a quando la guerra lo aveva chiamato a fare
il soldato, ed era stato presto fatto prigioniero, l’8
settembre 1943, andando a finire a Dachau e quindi a Danzica,
in Polonia. Deportato in Russia, era tra i fortunati –si
fa per dire- che ritornarono nel 1947, dopo tanta fame, stenti,
peripezie infinite ed un viaggio tra diversi orrori. Non ne
parlò mai, se non nei termini che il decoro della lingua
e il pudore di esprimere l’indicibile, li castigano
e li rendono solidi solamente per coloro che sanno e vogliono
capire.
Tra le cose di questo passato che si potevano raccontare,
ve ne era una in particolare che si coniugava con il suo fare
arte: nel lungo ritorno dalla Russia si era sfamato passando
da un’isba ad un’altra facendo rapidi ritratti
dei morti (un’antica consuetudine ottocentesca sopravvissuta,
trasversale a molte culture, compresa la nostra) che gli venivano
ripagati con cose da mangiare. Ritratti essenziali, come lo
era nel suo carattere di andare al cuore delle cose, vederne
gli aspetti peculiari, gli elementi significanti, i tratti
individuanti.
La facilità con cui sapeva disegnare, il tratto inconscio
di un acerbo fare –che non è ancora arte consapevole,
ma premessa del dire cose, del definire i contorni del mondo-
era rimasta virtù latente e priva di sviluppi, sino
a quando, al ritorno, la vita richiedeva di chiudere un capitolo
e di riformulare il percorso. Non dimenticare, ma ripianificare.
Il rinnovato impegno sociale su molti fronti, con una solidarietà
che si esprimeva nel dedicarsi alla politica, al sindacato,
agli sforzi umanitari, lo impegnava in un’attività
economico-produttiva che avrebbe fornito lavoro a molte donne
del territorio: era l’avvio di un laboratorio tessile,
al quale si sarebbe dedicato con discreta fortuna durante
la sua gioventù e la maturità.
Credo non sia casuale come una profonda conoscenza dell’ordito,
delle trame dei tessuti, dei disegni geometrici che ritmano
la stoffa, diventasse uno dei fattori determinanti per incamminarlo
con progressiva scienza e coscienza verso l’arte costruttiva.
Si trattava infine di riconoscere dentro la materia, in un
approccio scientifico, comune giusto a partire dal costruttivismo
russo nella seconda decade del XX secolo, quella miriade di
possibilità combinatorie e di elementi ritmici, che
bene si abbinavano anche ai valori matematici insiti nell’amata
musica.
L’arte diventava in Agostini una lunga riflessione sul
fare, sul percepire e vedere, sul modificare la realtà,
e pertanto sul costruire: da un’illusione di naturalismo
ad una costruzione sapiente, calibrata, razionale, altamente
intellettuale e, a suo modo, fortemente poetica. L’antinaturalismo,
come apparente approdo finale, che è comune a tutta
l’arte ottica, nasceva da quella lenticolare, anzi microscopica
osservazione della materia, da quella premessa scientifica
che poneva l’ infinitamente piccolo come oggetto d’indagine,
e vedeva nelle strutture, nelle relazioni e nelle ricorrenze
una nuova prospettiva di sviluppo dell’arte e quasi
un paradigma per un ottimismo sociale, per una utopia che
fino agli anni Ottanta ha accompagnato la storia occidentale.
Era dunque la prospettiva di avere di fronte non solo un nuovo
progetto artistico ricco di mille variabili speculative, care
a tutti gli artisti costruttivisti, ma anche quella di poter
contribuire al progresso civile, attraverso il progresso industriale,
ingenuamente –alla luce dell’esperienze successive-
lineare e illimitato. Era una stagione dell’arte che
si tingeva fortemente in alcuni di una carica ideologica,
in altri di una non meno valida e forte carica umana.
Agostini aveva galileianamente –ovvero razionalmente-
compreso che si trattava di una questione di metodo: andando
a investigare tra le leggi della natura, ne intuiva la coincidenza
con la sintassi del costruire: la creatività stava
nel congegnare i lemmi non in un apparato specioso, ma in
un organismo funzionante, logico, nell’ordire dunque
un discorso. Come nei Dialoghi dei massimi sistemi del mondo,
Agostini rispondeva a un ipotetico fra’ Simplicio che
la nuova scienza -ovvero, la nuova arte- si poteva/doveva
proiettare a comprendere e rappresentare con linguaggio matematico
e con forme geometriche, funzioni e relazioni.
La strutturazione della conoscenza del reale, non poteva tuttavia
essere disgiunta dall’aspetto dinamico e creativo, le
cui espansioni erano pari alla fertilità inventiva
e alla capacità poietica dell’artista. Agostini
non era un ingenuo studioso, e quindi guidò il suo
alfabeto grafico, cromatico, plastico verso un uso personale
e riconoscibile che, forte delle intuizioni spazialiste che
pure contribuirono alla sua crescita, si proiettava a delineare
forme e a elaborare volumi, illusioni ottiche, ambiguità
cromatiche, instabilità iconiche: quelle che Umbro
Apollonio avrebbe definito la “vibratilità di
un processo ritmico” . Ed è dunque proprio sul
campo della percezione visiva che, da artista, sposta il problema
e lo risolve. La rappresentazione che ne conseguiva era il
frutto del concorrere simultaneo di elaborazioni concettuali
e di aspetti emozionali che guidavano ad un approdo, valutate
le molteplici potenzialità creative. Era dunque questione
di metodo e di sensibilità, avendo colto il nocciolo
di fondo, di riversare nel prodotto artistico di volta in
volta la ricerca dentro un campo di sperimentazione aperta.
Questo approccio da adulto ad un’arte sofisticata ed
altamente intellettuale, qual’è stata l’arte
costruttiva nel corso di tutto il secolo passato (e che è
entrata in forza -ma non senza qualche stanca ossessione-
anche nel presente), va visto come un lento ma sicuro maturare
di una personalità che solo la modestia ha tenuto al
di qua di una celebrità più diffusa, che rare
volte è andata oltre il cerchio degli addetti ai lavori:
colleghi artisti e critici d’arte. Eppure,
se si va a guardare un altro suo aspetto, ancora da grande
tessitore, si scopre immediatamente che i suoi rapporti con
il fare arte di pittori e scultori dell’astrattismo
e più precisamente del costruttivismo sono congenialmente
antichi e profondi. Agostini, che presto avrebbe conosciuto
gli artisti del Gruppo N di Padova e quelli del Gruppo T di
Milano, ed ancora quelli argentini del GRAV (Groupe de Recherche
d’Art Visuel) e quelli tedeschi del Gruppo Zero, si
muoveva già a finire degli anni Cinquanta lungo un
percorso di sperimentazione costruttiva, geometrica e ritmica,
che sembrava riagganciarsi ad Abstraction-creation e ad Arte
concreto-invención: in modo consapevole o meno, percorreva
un itinerario che va dalle sperimentazioni di Mondrian a quelle
di Kandinsky, lambendo –credo accidentalmente- le originali
ed emarginate esperienze dell’Arte Madí e degli
altri artisti del “Manifiesto invencionista”,
in Argentina. Lì, un Gyula Kosice ed un Carmelo Arden
Quin, assieme ad altri geniali e spregiudicati artisti avevano
proposto un modo nuovo e provocatorio di fare arte, rompendo
non solo schemi rappresentativi, ma anche inventando nuovi
approcci cognitivi: il quadro si deformava da quadrangolare
a poligono irregolare, per diventare un contenitore adeguato
ad una disordinata materia che imponeva forme diverse.
È curioso come un artista irregolare come Agostini,
che non ha frequentato né accademie né scuole
di architettura, senta così forte il fascino dell’arte
costruttiva, se ne impadronisca della strumentazione e riveli
una così profonda capacità speculativa intorno
alle forme e ai ritmi, svelando straordinarie capacità
di orchestrazione euritmica, non priva di qualche voluta dissonanza.
Si trattava comunque –come fu per tutti gli artisti
che si dedicarono all’arte ottica e cinetica tra gli
anni Sessanta e gli Ottanta- non solamente di elaborare sapienti
effetti cromatici, ma anche di operare con la pazienza infinita
di un artigiano su materiali diversi, dalla carta al legno,
alla ceramica, al pvc, al come si chiama, per giungere agli
effetti ottici da trompe-l’oeil che costituiscono solo
l’aspetto più appariscente, e forse il più
geniale, di un fare che implica di fatto un sofisticatissimo
calcolo ed una finissima sensibilità per le forme astratte.
Le illusioni ottiche portano l’osservatore a perdersi
dentro le profondità, a tentare di scoprire dove portano
le trame sovrapposte, a inseguire l’addensarsi dell’ombra
e l’emergere della luce, in un gioco che è sapiente
dominio formale, ricerca e studio che sottendono razionalità,
e sensibilità per il vibrare della luce. Era una coniugazione
forte dell’opera di Max Bill e Maldonado, da una parte,
e di Vasarély e Capogrossi, dall’altra; ma compiendo
un altro passo che, nel dialettico rapporto con tanti artisti
compagni di viaggio e ammiratori-ammirati oltre che interlocutori
(dal Gruppo N al GRAV, in modo speciale), lo conduceva a tridimensionare
le forme geometriche con un sottile cesello pittorico e plastico,
che non disdegnava di farsi paziente artigiano.
Con una produzione valutabile intorno alle duecento opere:
pitture, quadri in rilievo, ceramiche, colonne, stampe, che
si distribuisce in circa trent’anni di attività
matura, Agostini ha segnato il campo dell’astrazione
geometrica in modo magistrale.
La sua originalità di approdi, dopo percorsi attenti
alla contemporaneità intesa come stimolo e come parametro
di misura, si sostanziava dunque non solo nell’abilità
impareggiabile della tessitura, ma anche in quel rincorrersi
e sovrapporsi di forme geometriche che spesso tendevano a
leggère e quasi trinate solidificazioni. Anche lui,
come El Lissitzky amava dire degli artisti nuovi, si era trasformato
in “costruttore di un nuovo universo di oggetti”.
La ricerca di metodo rigoroso, la padronanza tecnica ed una
indubbia abilità concorrevano a fare dell’artigiano-artista
e del filosofo delle forme un creatore che si rapportava sistematicamente
con un problema e ne presentava una o più soluzioni.
La modularità compositiva imponeva un rigore geometrico
alle sue personali rappresentazioni, ed egli la distillava
da una scientifica analisi della stessa realtà, con
una padronanza del mestiere che genera stupore soprattutto
perché non cade mai in stanca ripetizione o mero gioco
intellettuale, come si è verificato in più di
un artista della sua stessa generazione che ha protratto la
produzione ma ha perduto in creazione.
L’arte con il tempo si era fatta una componente dominante
della sua vita, fino a soppiantare ogni altra attività.
Lo occupò moltissimo come organizzatore e ispiratore
di esposizioni, a cui spesso ha partecipato anche come artista,
ma in particolare tessendo quell’altra trama, che ancora
lo fa ricordare tra i tanti artisti che lo hanno stimato e
con cui ha avuto scambi, che gli consentiva di riunire insieme
gli argentini Julio Le Parc, Hugo De Marco, Horacio García
Rossi, il francese Yvaral e lo spagnolo Francisco Sobrino;
o i padovani Alberto Biasi, Manfredo Massironi, i tedeschi
di Düsseldorf Heinz Mack, Otto Piene, Günter Uecker;
dialogare con Bruno Munari e Max Bill, Jesús Rafael
Soto y Carlos Cruz Díez. Ed è proprio questa
prospettiva internazionale e intercontinentale, europea e
latinoamericana, la più interessante proiezione della
sua opera organizzativa, che appare ora come un segno evidente
di una curiosità intrinseca forte e disinibita, che
contraddice l’apparente dimensione locale dell’uomo
che per congiunture esistenziali mai sarebbe uscito fuori
dai confini europei, ma si sarebbe fatto conoscere ed apprezzare
anche in America, come dimostrano gli interessi dei collezionisti
nei suoi confronti.
L’attività organizzativa e di relazione di Agostini
fece sì che per molti anni il suo paese d’origine
diventasse un centro tutt’altro che periferico di cultura
e di arte, di dibattiti e di esposizioni, fino al sorprendente
culmine, compiutosi nel 1981, della creazione a San Martino
di Lupari, di un museo di arte contemporanea, rigorosamente
astratta, costruttivista, ottica, cinetica, come si ama definire
usualmente, che costituisce non solo una delle molte sorprese
della provincia italiana, ma anche uno dei pochi esempi (credo
tuttavia l’unico per quelle date) di collezione condotta
con razionalità e determinazione, potenzialmente capace
di costituire –qualora ve ne fosse stata anche una volontà
politica- un vero polo culturale. Realizzata con opere donate
da artisti di fama internazionale, raccoglie opere di Agostini,
Biasi, Bonalumi, Bill, Casula, Chiggio, De Marco, Facchin,
Finzi, García Rossi, Landi, Le Parc, Marcolli, Massironi,
Morellet, Pianezzola, Presta, Scarpa, Sobrino, Soto, Stein,
Tasca, Varisco, Vasarely, Yvaral e Zavagno, senza contare
un cospicuo numero di altri artisti italiani e stranieri.
Era un monumento involontario a se stesso, ed un dono senza
prezzo per il territorio.
Emerge dunque in Agostini un altro aspetto del “tessitore
perfetto”, che assume la valenza dell’uomo di
cultura appassionato e consapevole, determinato e generoso,
pronto a sfide che, viste dal versante della provincia, tenacemente
protesa in questi decenni verso una disordinata espansione
economica, ma ambigua quanto a proiezioni culturali, non potevano
che apparire ai più avventate e forse prive di equilibrio.
Ma queste sfide, viste nel più ampio panorama internazionale
dell’arte, appaiono quasi come una profetica anticipazione
di un rapportarsi sempre più attuale dell’uomo
moderno con le forme del vivere, dell’abitare, del produrre.
E le forme di Agostini poco hanno a che vedere con quelle
immagini che, prive di afflato creativo e solo frutto di elaborazioni
dei complessi sistemi operativi dei nostri computer, sono
diventate usuali, invadenti e banali.
Nel 1986, anno della sua morte, l’artista aveva scritto:
“Credo che una dichiarazione di principio, circa il
modo di essere artista contemporaneo, riguardi, prima di ogni
altra cosa, il modo di essere uomo. Nel mio caso, mi ritengo
«uomo del mio tempo» e, quindi, nei tentativi
di produrre arte contemporanea voglio essere «artista
del mio tempo» con tutte le implicazioni che ciò
comporta”. Era, ancor più che un testamento spirituale,
se visto nella prospettiva della sua vita che stava per giungere
al termine, un sintetico e veritiero modo di considerare tutta
la sua vicenda esistenziale.
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