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In questa pagina recensioni, presentazioni e critiche delle poesie
Alessandra Comazzi, Giampaolo d'Andrea, Ninel Donini, Francesco Saverio Garofani, Claudio Giovanardi, Giovanni Giuga, Silvio Ramat, Oscar Luigi Scalfaro, Marco Maria Tosolini,
Mi_svelo_ma_in_animo_nuda
Ho letto fino in fondo, e con molto interesse, i suoi 8100 perfetti novenari. Credo che lei abbia scritto una specie di originalissima "Spoon River" delle illusioni e delusioni al femminilie, delle chimere e degli aneliti dell'essere uomo o donna, ma che lo scrittore uomo, nella donna, ritrova come illuminati da misteriosa e nitida luce lunare, nel buio totale delle pulsioni dell'essere. Se Flaubert non avesse deciso di prendere di mira soltanto il sentimentalismo e i fru-fru romantici di Louise Colet, ma si fosse spinto fino a disvelare la pura e nuda sessualità (quale egli per sei anni visse con la Colette) di ogni esperienza e aspirazione amorosa, io credo che avrebbe adombrato qualcosa di simile alle molteplici Bovary, delle cui attualissime storie Bruni si fa rapsodo e distaccato affabulatore.
Giovanni Giuga, marzo 2008

 

Giochi d'arte
"Giochi d'arte " a Palazzo Venezia, dove ai quadri in mostra di Antonella Cappuccio si aggiungerà il 3 gennaio un recital con interventi musicali di Monica Burgio e Manlio Pinto, che segue quello di poesie e prose di Antonio Bruni , Angelica Fei e Maria Paola Langerano. "Vorrei colorare brutture / mutare le smorfie in sorriso" sono le parole della poesia Una_bambina di Antonio Bruni, adatta al clima di questi giorni, ma anche ai quadri di una pittrice che ha fatto della "speranza - come racconta lei stessa - il leit motiv della sua vita...
L.Gar.
Corriere della Sera - sabato 30 dicembre 2006

Mi svelo...
Ho voluto leggere una prima volta i tuoi testi e una seconda e un terza volta per rivivere e vivere fino in fondo le emozioni chei versi mi trasmettevano. "Il quotidiano in versi" mi è sembrato un modo altro di fare politica, quasi femminile, per parlare al cuore, che mi pare la parte più nobile, cuore come psiche, come riservata interiorità. "Mi svelo ..." è un'opera complessa in cui il verso "veloce e ritmato" sembra voler solo accennare al coinvolgimento del corpo, nel rispetto di un'antica riservatezza. Si avverte la mano dell'uomo, curioso, tormentato, forse "invidioso" di una complessità che si ritrare dall'apparenza e che gode di sé, assaporandosi lentamente. E' l'uomo che si fa specchio di un piacere che non conosce, che ha temuto per secoli, che ha sentito strumento di liberazione, di autonomia , per "lei". In alcune storie le figure di donne, avvincenti ed avvolgenti, appaiono "mascolinizzate" perché razionali e consapevoli anche nel piacere. Un piacere raccontato e tradotto dalla fonte è comunque reso lucido e logico. L'abbandono totale è una conquista preziosa e, come afferma Carmelo Bene, condizione rara per la donna e per l'uomo. La femminilità vissuta è sofferenza e abbandono a sé e di sé e non è esclusiva della donna. Femminilità che non ha nessuna parentela con la sottomissione.
Ninel Donini- Cagli - 14 marzo 2006

 
 
 
 
 

"UnoMattina" recensione

L'elogio del kiwi in versi

Certo che ci sono cose strane nelle pieghe della tv.La televisione è affascinanteproprio per questo, perché ci trovi le aspirazioni, le pulsioni, le volontà più varie. Su tutto domina la politica, che però ogni tanto non si vede, non si sente, e qualcosa sfugge al cinismo di rigore, diventa emozione. Uno psichiatra torinese amava dire:" Il mondo è pieno di matti e il video ne offre un concentrato". Dunque tra questi "matti" ce n'è uno che inventa poesie, tutti i giorni dal lunedì al venerdì, a "Unomattina" intorno alle 7,30. Attenzione, non è una cosa alla "Corrida", non si tratta di persona che mette alla berlina se stessa. La "follia" nel suo caso è colta e positiva. Il poeta si chiama Antonio Bruni, pubblicava su "Il Popolo"le sue composizioni legate alla quotidianità. Perché non farlo anche in tv? E dunque ecco che " il verso - dice Bruni -come mezzo di riflessione, esce dalla sacralità delle antologie e delle interrogazioni scolastiche per diventare esercizio mattutino, dedicato all'animo. Una poesia al giorno, pensata la sera prima, quando viene comunicato l'argomento e scritta al mattino, a mente fresca, qualche volta al volo, perché c'è una modifica nel tema del programma." Ultimamente, i consumi solo il tema dominante: non più persone e sentimenti, ma economia domestiva e spesa. Ecco un esempio, ne vale la pena. Titolo, "Segreto del kiwi": " La buccia è pellicola bruna/ che ruvida il morso sgradisce/ poliedrico fiore racchiude/ che esige mostrarsi con arte/ da come si taglia è variante/ dei semi si accende ornamento/ mosaico di umori e di aromi/ dipinti in percorsi sottili/ vitali essenziali potenti." Molti avranno pensato che il segreto del kiwi fosse un altro, lo stesso dello yogurt di cui fa reclame la Marcuzzi. Ma si sbagliavano, nonostante sia vero che la tv pensa a noi e alla nostra salute fisica e spirituale.

Alessandra Comazzi
LA STAMPA
venerdì 7 maggio 2004

Il quotidiano in versi
"Ricevo la bella pubblicazione che riporta le sue poesie politiche che facevano di annuncio su "Il popolo" fino alla dolorosa chiusura del gennaio di quest'anno.Ricordo quante volte le ho lette. Certo la Provvidenza le ha donato una viva e profonda vena poetica: molta ammirazione! Continui; chi è corifeo, ha la voce anche per chi non l'ha. Apro e leggo molte felici istantanee...ecco "La pistola inutile" "affronta la vita da inerme, sarai più sicuro nel cuore".
Molto bello e molto attuale: vince chi più crede e più ama.
Dobbiamo ricordarcelo.
grazie di cuore.
suo Oscar Luigi Scalfaro -
4 settembre 2003

 

Emozioni in prima pagina
Poche settimane dopo la mia nomina a Direttore politico de “Il Popolo”, Antonio Bruni, che da anni non cessa di sorprendermi per la sua versatilità e per la particolare capacità di prospettare idee nuove ed originali, venne a trovarmi per propormi di segnalare quotidianamente gli avvenimenti in una forma inedita, inconsueta soprattutto per un giornale di partito, quale “Il Popolo” era da sempre: i versi. Superate le iniziali perplessità, decidemmo di verificare per qualche giorno il gradimento, da parte dei lettori, di questa singolare modalità di comunicazione politica. Il positivo riscontro che avemmo modo di registrare la trasformò in un appuntamento permanente. E così dal 25 luglio del 2001 fino all’ultimo numero del 18 gennaio 2003, ogni giorno “Il nonino” di Antonio Bruni, a fianco alla tradizionale caratteristica fotonotizia, ha rappresentato la continuità editoriale del racconto quotidiano dei fatti proposti in prima pagina dal nostro giornale. La decisione di ripubblicarne un’ampia antologia - comprendente ben centottanta poesie selezionate e presentate con riferimento ad un suggestivo richiamo tematico - ci restituisce oggi l’opportunità di ripercorrere, attraverso di loro, il fluire degli avvenimenti e lo svolgersi aspro del dibattito politico che ha caratterizzato la prima parte di questa legislatura. Dall’attacco alle torri gemelle alle grandi sfide della globalizzazione e della pace, dagli interrogativi suscitati dall’avanzamento della ricerca scientifica al bisogno, non soddisfatto, di una scuola più adatta al tempo nuovo, dall’emergenza giustizia a quella dell’informazione, dal “silenzio di Dio” al magistero di Giovanni Paolo II, dall’assassinio di Marco Biagi allo scempio delle tombe ebraiche, dai solitari monologhi televisivi di Silvio Berlusconi alle esternazioni stupefacenti di alcuni ministri del suo governo. Attualità politica e riflessione critica si alternano nei versi e scandiscono il tempo di un dialogo con i lettori, nutrito di sottile ironia o di amaro sarcasmo, che affiora a più riprese attraverso il linguaggio ovattato della poesia e che, di volta in volta, asseconda il fremito dell’indignazione, la rabbia della impotenza, la malinconia della decadenza.
La feconda vena poetica di Antonio Bruni ha indubbiamente prodotto frutti gustosi, che mantengono intatte le loro qualità e ci consentono ora, grazie a questa raccolta, di assaporarli con un pizzico di nostalgia e con l’augurio che possano, prima o poi, accompagnare di nuovo il nostro lavoro quotidiano.
Giampaolo D’Andrea
Direttore politico de “Il Popolo” giugno 2003

 

Nasce un genere giornalistico originale
Non posso nascondere che quando Giampaolo D’Andrea, direttore politico de Il Popolo, mi anticipò l’idea di dar vita ad una piccola rubrica in versi con cadenza quotidiana, provai qualche perplessità. Perché una rubrica condiziona molto il profilo di un giornale, sia per la difficoltà di assicurarne la puntualità, sia, soprattutto, per la qualità che la deve caratterizzare. Quando poi ho conosciuto Antonio Bruni i miei timori si sono dissolti: la sua passione e il suo entusiasmo per quell’idea che nasceva erano la migliore garanzia che l’esperimento avrebbe funzionato. E così è stato. L’appuntamento telefonico quotidiano con Antonio è divenuta una piacevole consuetudine. Un’appendice originale e creativa della riunione di redazione durante la quale prendeva forma il giornale. Così è successo che, combinando assieme la sensibilità poetica e l’esigenza di “coprire” giornalisticamente un evento è nato un “genere” originale, almeno nel panorama editoriale italiano. Probabilmente la natura de, il Popolo, giornale politico che non affrontava la cronaca, ha aiutato quest’esperienza a crescere: perché il nonino di Bruni, al di là dei grandi eventi – l’attentato alle torri gemelle, l’omicidio Biagi, o gli appuntamenti internazionali di maggiore rilievo – è stato lo strumento, prettamente giornalistico seppure in forma anomala, per trattare notizie di vita quotidiana, ma a forte contenuto simbolico, che altrimenti il giornale non avrebbe avuto. E dunque, anche se tutti in redazione abbiamo imparato ad apprezzare l’ispirazione artistica di Antonio Bruni, per noi lui è stato soprattutto un collega giornalista che dava il suo apporto al quotidiano in un modo nuovo. Un po’ come è pienamente giornalista il vignettista, che scrive il suo editoriale disegnando. Ringrazio Bruni per il contributo che in questi anni ha dato ad un giornale come Il Popolo che ha rappresentato molto nella vita politica del paese. E che tra i suoi meriti, grandi e piccoli, ha anche quello di aver saputo dimostrare che poesia e vita, arte e giornalismo possono essere due facce di una stessa medaglia.
Francesco Saverio Garofani
Direttore responsabile de “Il Popolo”
giugno 2003

Il quotidiano in versi - prefazione
Un esempio di poesia civile
Paul Valéry parlava di “hésitation prolongée entre le sens et le son” a proposito del far poesia; ebbene mi pare che nel caso di Antonio Bruni tale esitazione sia stata superata decisamente in favore del senso. I suoi “nonini”, questi componimenti di nove novenari, quotidianamente pubblicati sul “Popolo” dal luglio 2001 al gennaio 2003, non sono altro che brevi, folgoranti ragionamenti adagiati nella misura del verso e contenuti in una forma poetica che li modella e li condiziona. Una poesia civile, nel senso che ha per tema i grandi avvenimenti del nostro tempo, espressa in novenari. Si tratta di una scelta anomala sia per il genere, assai poco praticato nelle patrie lettere, sia per il verso. Sul novenario grava l’anatema di padre Dante, il quale, come è noto, amava su tutti il “re” dei versi, ovvero l’endecasillabo. Il novenario fu invece il verso preferito di Guittone d’Arezzo, un poeta dal piglio fortemente moraleggiante, e sull’aspetto morale della poesia di Bruni dovremo tornare. Ma il novenario ricorre anche, per venire a tempi più vicini, nella poesia di Pier Paolo Pasolini; per esempio nella raccolta Le ceneri di Gramsci, anche se il verso di nove sillabe è una variante possibile nel “disordine” metrico di Pasolini. La citazione del grande scrittore friulano non è casuale. Egli resta uno dei pochi esempi compiuti, nel corso del Novecento, di una poesia fortemente intrisa di ideali, di precetti, di commenti, di ammonimenti. Pasolini non aveva alcun timore di far prevalere il senso sul suono, teso com’era alla ricerca di una poesia dai contenuti forti, memorabili. Una linea minoritaria, certamente, ma forse proprio per questo motivo ancor più stimolante.
Un breve editoriale in versi, dunque: è questa la forma e la funzione dei “nonini” di Bruni. Affrontare un argomento di attualità e risolverlo in poche battute, condensando in nove versi di nove sillabe un pensiero che è al tempo stesso un commento. Ci vuole indubbiamente coraggio. Intanto, però, va segnalato che l’esempio di Bruni comincia a fare proseliti. L’idea di dedicare dei versi a un evento di attualità è stata esperita con i versi di Luzi, Giudici, Magrelli ed altri poeti ispirati dalla tragedia delle torri gemelle di New York. Certo, l’11 settembre 2001 rappresenta un vero spartiacque della storia e della coscienza civile di tutti gli occidentali; non a caso la sezione Le torri e il fumo apre il volume di Bruni ed è tra le più rappresentate con ben 32 componimenti sui 180 totali. Un episodio che ha colpito l’immaginario collettivo, che ha gettato nell’angoscia l’umanità, che ha prefigurato eventi distruttivi come la guerra in Afghanistan e in Iraq. Peccato che la chiusura del “Popolo” abbia impedito di leggere qualche “nonino” su queste guerre; tuttavia vi è una poesia di sapore profetico, intitolata Tacciano le fanfare che dice così: «Se morte cruenta è vicina/sia pur per difesa od aiuto/non c’è da far festa o incitare/è compito lugubre usare/violenza pur contro i violenti/non ride chi assume missione/chi aizza vuol farsene vanto/smarrisce misura al dovere/travalica azione e aggredisce». Mi pare che questi versi potrebbero degnamente figurare come blasone dei tanti cortei pacifisti che hanno attraversato il mondo nelle settimane passate.
Certo, il tema dell’attentato alle torri gemelle è di quelli in grado di mettere d’accordo tutti, sia pure con diversi accenti e con diverse sensibilità. Ma le altre sezioni del volume sono assai meno “ecumeniche”. Le cito in ordine di apparizione indicando tra parentesi il numero di poesie di cui ciascuna è composta: Parlano di fame (12), L’offerta della pietra (12), Roghi e ragù (44), Il regime degli avvocati (32), Media Eversione(12), Un nome qualunque (32), Aria di vacanza (4). Si tratta di sezioni tematiche che affrontano argomenti di forte impatto, dall’immigrazione alla fede, dalla politica interna all’informazione, dalla scuola alla scienza alla società civile. Bruni agita senza risparmio la ferula del moralista, perché il moralismo è la sua cifra essenziale, un moralismo privo di quella accezione negativa che tocca tutti gli -ismi dell’italiano, un moralismo solido, severo, alla Montaigne, se è lecito il riferimento. E dimostra coraggio, molto coraggio nel colpire in tutte le direzioni senza risparmiare alcuno. Sotto la sua penna cadono ministri, sottosegretari, uomini di potere, totem del sistema delle telecomunicazioni. Ce n’è per tutti. Eppure a Bruni si deve riconoscere anche un’altra notevole qualità, il ricorso alla pietas, che fa di lui, uomo di fede, un interprete raffinato e mai banale di gioie, dolori, tragedie e trionfi.
C’è un episodio, legato alla pubblicazione di un “nonino” sull’assassinio di Marco Biagi, che voglio ricordare perché mi pare illustrativo dello spessore umano di Antonio Bruni. Il giorno seguente l’omicidio, Bruni scrisse questo componimento, intitolato Marco Biagi, regolarmente pubblicato (e riprodotto in questo volume): «Pesante la borsa di carte/in quel rincasare tranquillo/problemi che roteano intorno/pedali per l’uomo che studia/e cerca di sciogliere nodi/la sera ha un’aria distesa/ma piomba in quell’attimo immane/oscuro disegno trafigge/pensiero che bianco s’invola». Pochi giorni dopo la Maraini compose a sua volta una poesia in memoria di Biagi, la cui somiglianza con i versi di Bruni non è sfuggita a giornali e agenzie di stampa che hanno tentato di montare un piccolo caso di gossip letterario; tentativo abortito grazie all’ostinato silenzio di Bruni sul presunto plagio. Occorrono altri commenti?
La breve sezione conclusiva del volume, Aria di vacanza, è quella più lieve, meno condizionata dal peso degli eventi. Il tono di Bruni si fa più discorsivo, direi più lirico. In questi versi l’ingegno poetico dell’autore si dispiega attraverso l’attrezzatura più tipica del “fabbro” poetante. Si fanno notare alcune immagini ardite, la sinestesia nelle sue varie articolazioni è dominante nel testo intitolato proprio Aria di vacanza: «Chi appoggia le scarpe sui sedili/chi ammorba sboccate sigarette/chi strepita la noia di parole/chi odora i tessuti di petrolio/stridono elettrici rumori/sparsi i resti e tracce di respiri/rombi di gas e marmitte di pensieri/sensi discinti e ricchezza di rifiuti/chi un libro e cammina lungo i prati». E’ davvero interessante l’accostamento “elettrizzante” tra elementi concreti ed elementi astratti come in tracce di respiri, rombi di gas, marmitte di pensieri, sensi discinti. Molto spesso le piccole collisioni sintattiche che costellano inevitabilmente i testi di Bruni sono rimpiazzate dalla pienezza, direi dalla corposità dei nomi e degli aggettivi che l’autore miscela con grande abilità. Il racconto procede per pennellate dense, per colori assoluti che s’incrociano e generano uno stridore benefico. E’ come se fossimo di fronte ad una costruzione tutta pieni e niente vuoti, in cui regna la giustapposizione più che il collegamento tra le parti. Del resto Antonio Bruni ha già dimostrato la grande duttilità del suo comporre in versi novenari in una raccolta, dal titolo Mi svelo ma in animo nuda, diversissima per ispirazione dalla presente. In quel caso il poeta dà voce a una serie di protagoniste femminili che si svelano senza pudore come fa il paziente davanti all’analista. Sono testi talvolta molto forti, di una parte dei quali è stata data lettura pubblica da numerose attrici in una serie di riuscitissime serate di poesia e musica (e buon vino) nel novembre e dicembre del 2002. Quando si allestisce una raccolta di poesie, il rischio è che ad esse tocchi una sorta di processo di museificazione. Il libro è un punto di arrivo, importante, ma pur sempre un punto di arrivo. Il mio augurio è che questa vena briosa e severa, incardinata da Bruni nell’implacabile serialità di un quotidiano non vada dispersa con la fine dell’occasione che l’aveva generata. La nostra cultura, in tempi così magri, ha bisogno di penne coraggiose, e il coraggio, s’è visto, è una virtù con la quale Antonio ha grande confidenza.
Claudio Giovanardi
Roma giugno 2003

Non era un'insegna ma stella

Nelle tue parole – seguite nel corso di anni- ho il piacere di rilevare una sorta di progressiva, inarrestabile “decontrazione” del ritmo espressivo. L’età – con tutto il rispetto – fa bene a molti e colgo nel tuo creare una sorta di “polmone” incontaminato che fa della tua creatività un segno di interiore bellezza, anche se non assomigli a KevinCostner.
Marco Maria Tosolini
8 gennaio 1995

 
 
 
 
 
 
 
 
 
Prefazione a "Il filo di lana"
D'indole e impostazione spiccatamente "pre-moderne” (e proprio a un punto del secolo che sembra compiacersi o appagarsi in molteplici campi: l'architettura, la musica o, più felicemente, la moda e il design in specie, di una esuberante espressività "post-moderna"), le poesie di Antonio Bruni che cosa hanno da dirci, e in che raggio lo dicono?
Ma intanto, di questa scrittura che si fa scoprire all'apice della maturità del suo autore, si dovranno osservare almeno un paio di qualità non proprio occulte o dimesse. Che la raccolta - comprensiva di testi tutti abbastanza recenti -abbia avuto come titolo provvisorio quello di una sua sezione, “Ritagli d'anima” (scartato, strada facendo, per una certa qual riduttività), potrebbe a orecchio farci ritrovare, quando si vada a ritroso lungo il percorso della nostra poesia novecentesca, qualcosa della pratica dei "frantumi", "trucioli" e simili, insomma di uno dei termini, delle insegne caratterizzanti quel discorso che agl'inizi del secolo si connotò in una chiave prettamente esistenziale, con sacrificio (parve) del lusso delle forme e dei consolanti congegni melodici. Ecco tuttavia come all'indicazione appena fornita un'altra se ne debba aggiungere e di più energica evidenza: ed è che su questa probabile rilettura delle origini e delle maniere inauguranti la lirica novecentesca Bruni fa il suo incontro decisivo, l'incontro con la persona poetica di Ungaretti.
Si sa che una memoria piattamente scolastica della straziata liricità di “Allegria di naufragi” ha purtroppo, incolpevolmente, favorito una quantità di stucchevoli prove e riprove (innocue per fortuna, cioè obliabili alla svelta) che per decenni hanno ingombrato scaffali e scrivanie della Penisola: singulti e vaneggiamenti "al femminile", disse qualcuno a designarne l'impressionante improvvisata disorganicità. Ora, da un'identica (in lui e in noi tutti) memoria, appunto, scolastica, Bruni sembra trarre la constatazione che quel primo insuperato Ungaretti giovi ancora come modello di partitura, e non a caso l'avvio di questo libro è qui a testimoniare, con più di un appassionato "ricalco" e persino con l'odore discreto dell'omaggio", che cosa significhi sempre il segmentato, il brevi-lineare sul piano della strutturazione di un frammento poetico: un programma in cui Bruni mostra una fede inviolabile. Se con questo (pronunciatissimo) culto recuperato dell'emergenza-allarme dei singoli lemmi, dei sintagmi serrati,avremmo gia corretto e anzi deviato sensibilmente il nostro iniziale (ancorché cauto) richiamo ad altro modulo pionieristico (il "truciolo") , il dato che adesso più importa consiste però in altro: nell'effetto di spaesamento vistoso cui soggiace quello che convenzionalmente seguiterò a denominare ungarettismo postremo. E uno spaesamento che gli deriva da una contaminazione, intensa, inevitabile, con le radiazioni funeste di un "reale" che si rivela assolutamente postumo rispetto a quello che in "limpida meraviglia " si riflette (per venirne, e quanto, modificato) nel giovanile capolavoro di Ungaretti. Effettivamente, e il procedere del libro ne fornisce corpose conferme, benché le sue stazioni una per una abbiano 1 'aria di cercarsi, a volte, e disporsi in una loro pacificata autosufficienza (istinto di concentrazione che guida la mano del poeta), la malattia di cui trasversalmente o a capofitto questi versi fanno esperienza non ha più niente a che vedere con quella - drammatica dispensatrice di agonismi - che patirono le radici dell'arte novecentesca. Fra l'altro, chi la soffre oggi è indotto a difendersene, laddove per un paradosso eroico chi se l'assunse nell'epoca di cui ormai parliamo come di una mitologia remota tendeva ad accrescere il proprio stato d'inermità di fronte alla mortale minaccia. Per quanto compete alla non rasserenata scrittura di Bruni, vi si registra esemplare 1 'allestimento di una considerevole rete protettiva di neologismi (o pseudo-neologismi), che prima di abbandonare alla delizia del linguista di professione io valuterei veramente come un sottile esorcismo messo in atto contro quello spettro della sparizione che ogni testo avverte incombere su di sé, nell'àmbito d'altronde di una distruzione totale da cui non si capisce perché mai proprio la letteratura dovrebbe essere risparmiata. Viaggi, o ritorni, ai luoghi della vita interiore-anteriore, meglio che idillicamente potranno allora funzionare anche come occasioni propizie dall'incameramento di questo potenziale di verbalità incondita, (che certo, per produrre alcuni suoi abnormi campioni, avrà pur attraversato il vocabolario più copioso che si conosca, quello dannunziano. In quest'area le citazioni affiorano marcate volentieri anche dalla giunta di un accento tonico, a scanso di una dizione indebita: "terùlei", "almère", "màrmola", "làbre", "ùrbina", “verrèstre", "cèrnule", "aldi" , "grigieste", "mellìdua" "ròvida", “trìcodi” ,"càrnule" "zerrìna" "mièta" "lacèrdo" "turdòre" “tobànte"... Ma non di rado, oltre che a un gusto di classicità legato a un làscito persistente degli studi universitari, quel che si annuncia ostinato in filigrana è 1'imprevedibile bagliore dei lapsus, il loro oggettivo potere di riqualificazione semantica ovvero di semantizzazione alternativa. Che poi la suite che mi è capitato di leggere quasi a contro-altare di una celebre serie di Saba, e che è la più ricca di questo libro, Femminili creature, abbia forse la massima dotazione di significati virtuali, ciò sta a suggerire, direi, la polivalenza di un discorso che invece parrebbe farsi scrupolo di giocare ovunque senza un'ombra di ambiguità, a carte scoperte. Addirittura così scoperte da intimidire, per assurdo, un lettore medio il quale, di questi tempi, non è più avvezzo a un modo di espressione tanto diretta - al punto che questa scheda per Bruni abbiamo potuto cominciarla affidandoci alla (cattivante e cordiale, sì, ma non sempre agevole o semplificatoria) categoria del "pre-moderno" : che, s'intende, è poi interamente da verificare nel tragitto dei singoli elementi dell'opera.
Silvio Ramat
maggio 1986