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Prefazione
di Silvio Ramat a "Il filo di lana" maggio
1986
D'indole e impostazione spiccatamente "pre-moderne”
(e proprio a un punto del secolo che sembra compiacersi o
appagarsi in molteplici campi: l'architettura, la musica o,
più felicemente, la moda e il design in specie, di
una esuberante espressività "post-moderna"),
le poesie di Antonio Bruni che cosa hanno da dirci, e in che
raggio lo dicono?
Ma intanto, di questa scrittura che si fa scoprire all'apice
della maturità del suo autore, si dovranno osservare
almeno un paio di qualità non proprio occulte o dimesse.
Che la raccolta - comprensiva di testi tutti abbastanza recenti
-abbia avuto come titolo provvisorio quello di una sua sezione,
“Ritagli d'anima” (scartato, strada facendo, per
una certa qual riduttività), potrebbe a orecchio farci
ritrovare, quando si vada a ritroso lungo il percorso della
nostra poesia novecentesca, qualcosa della pratica dei "frantumi",
"trucioli" e simili, insomma di uno dei termini,
delle insegne caratterizzanti quel discorso che agl'inizi
del secolo si connotò in una chiave prettamente esistenziale,
con sacrificio (parve) del lusso delle forme e dei consolanti
congegni melodici. Ecco tuttavia come all'indicazione appena
fornita un'altra se ne debba aggiungere e di più energica
evidenza: ed è che su questa probabile rilettura delle
origini e delle maniere inauguranti la lirica novecentesca
Bruni fa il suo incontro decisivo, l'incontro con la persona
poetica di Ungaretti.
Si sa che una memoria piattamente scolastica della straziata
liricità di “Allegria di naufragi” ha purtroppo,
incolpevolmente, favorito una quantità di stucchevoli
prove e riprove (innocue per fortuna, cioè obliabili
alla svelta) che per decenni hanno ingombrato scaffali e scrivanie
della Penisola: singulti e vaneggiamenti "al femminile",
disse qualcuno a designarne l'impressionante improvvisata
disorganicità. Ora, da un'identica (in lui e in noi
tutti) memoria, appunto, scolastica, Bruni sembra trarre la
constatazione che quel primo insuperato Ungaretti giovi ancora
come modello di partitura, e non a caso l'avvio di questo
libro è qui a testimoniare, con più di un appassionato
"ricalco" e persino con l'odore discreto dell'omaggio",
che cosa significhi sempre il segmentato, il brevi-lineare
sul piano della strutturazione di un frammento poetico: un
programma in cui Bruni mostra una fede inviolabile. Se con
questo (pronunciatissimo) culto recuperato dell'emergenza-allarme
dei singoli lemmi, dei sintagmi serrati,avremmo gia corretto
e anzi deviato sensibilmente il nostro iniziale (ancorché
cauto) richiamo ad altro modulo pionieristico (il "truciolo")
, il dato che adesso più importa consiste però
in altro: nell'effetto di spaesamento vistoso cui soggiace
quello che convenzionalmente seguiterò a denominare
ungarettismo postremo. E uno spaesamento che gli deriva da
una contaminazione, intensa, inevitabile, con le radiazioni
funeste di un "reale" che si rivela assolutamente
postumo rispetto a quello che in "limpida meraviglia
" si riflette (per venirne, e quanto, modificato) nel
giovanile capolavoro di Ungaretti. Effettivamente, e il procedere
del libro ne fornisce corpose conferme, benché le sue
stazioni una per una abbiano 1 'aria di cercarsi, a volte,
e disporsi in una loro pacificata autosufficienza (istinto
di concentrazione che guida la mano del poeta), la malattia
di cui trasversalmente o a capofitto questi versi fanno esperienza
non ha più niente a che vedere con quella - drammatica
dispensatrice di agonismi - che patirono le radici dell'arte
novecentesca. Fra l'altro, chi la soffre oggi è indotto
a difendersene, laddove per un paradosso eroico chi se l'assunse
nell'epoca di cui ormai parliamo come di una mitologia remota
tendeva ad accrescere il proprio stato d'inermità di
fronte alla mortale minaccia. Per quanto compete alla non
rasserenata scrittura di Bruni, vi si registra esemplare 1
'allestimento di una considerevole rete protettiva di neologismi
(o pseudo-neologismi), che prima di abbandonare alla delizia
del linguista di professione io valuterei veramente come un
sottile esorcismo messo in atto contro quello spettro della
sparizione che ogni testo avverte incombere su di sé,
nell'àmbito d'altronde di una distruzione totale da
cui non si capisce perché mai proprio la letteratura
dovrebbe essere risparmiata. Viaggi, o ritorni, ai luoghi
della vita interiore-anteriore, meglio che idillicamente potranno
allora funzionare anche come occasioni propizie dall'incameramento
di questo potenziale di verbalità incondita, (che certo,
per produrre alcuni suoi abnormi campioni, avrà pur
attraversato il vocabolario più copioso che si conosca,
quello dannunziano. In quest'area le citazioni affiorano marcate
volentieri anche dalla giunta di un accento tonico, a scanso
di una dizione indebita: "terùlei", "almère",
"màrmola", "làbre", "ùrbina",
“verrèstre", "cèrnule",
"aldi" , "grigieste", "mellìdua"
"ròvida", “trìcodi” ,"càrnule"
"zerrìna" "mièta" "lacèrdo"
"turdòre" “tobànte"...
Ma non di rado, oltre che a un gusto di classicità
legato a un làscito persistente degli studi universitari,
quel che si annuncia ostinato in filigrana è 1'imprevedibile
bagliore dei lapsus, il loro oggettivo potere di riqualificazione
semantica ovvero di semantizzazione alternativa. Che poi la
suite che mi è capitato di leggere quasi a contro-altare
di una celebre serie di Saba, e che è la più
ricca di questo libro, Femminili creature, abbia forse la
massima dotazione di significati virtuali, ciò sta
a suggerire, direi, la polivalenza di un discorso che invece
parrebbe farsi scrupolo di giocare ovunque senza un'ombra
di ambiguità, a carte scoperte. Addirittura così
scoperte da intimidire, per assurdo, un lettore medio il quale,
di questi tempi, non è più avvezzo a un modo
di espressione tanto diretta - al punto che questa scheda
per Bruni abbiamo potuto cominciarla affidandoci alla (cattivante
e cordiale, sì, ma non sempre agevole o semplificatoria)
categoria del "pre-moderno" : che, s'intende, è
poi interamente da verificare nel tragitto dei singoli elementi
dell'opera.
Silvio Ramat
maggio 1986
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